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La Ferula communis

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Mi chiamo Giuseppe Carlucci e sono una guida ambientale escursionistica facente parte dell’A.I.G.A.E. (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche) ed un fotografo naturalista associato all’A.F.N.I (Associazione Fotografi Naturalisti Italiani). Sin da piccola età accompagnavo mio padre sull’altopiano delle Murge alla ricerca di erbe e funghi spontanei. Da lui ho imparato a riconoscere varie tipologie di piante spontanee presenti sul territorio e le loro proprietà. Infatti non tutti sanno che sull’alta Murgia oltre a varie specie di piante commestibili vi sono anche svariate tipologie di piante usate da sempre per le loro proprietà farmacologiche. Oggi ormai se ne è persa la memoria e si fa molto prima ad andare in farmacia per acquistare un farmaco in caso di necessità. Ma in passato non era così, e molti malesseri venivano curati con la preparazione di determinati decotti ottenuti dosando sapientemente alcune specie di piante autoctone raccolte proprio sulle Murge.

Su suggerimento del direttore Michele Varesano ho pensato di parlarvi proprio delle piante spontanee presenti sull’altopiano delle Murge e delle loro proprietà. Curerò quindi una rubrica che ho pensato di chiamare : Le piante della salute” commestibilità e proprietà terapeutiche delle piante e delle erbe spontanee nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia.

Voglio iniziare questa rubrica con il parlarvi di una pianta molto diffusa sull’altopiano murgiano tanto da essere definita “pianta di sovrapascolo” ossia molto presente nelle aree pascolate ma che non è commestibile, parliamo della “Ferula communis” meglio conosciuta come Finocchiaccio.

Sull’alta Murgia, ed in gran parte dell’Italia centro meridionale e delle isole, nei mesi di Maggio e Giugno fiorisce una pianta erbacea perenne, il cui fusto dai vistosi fiori gialli, può superare i due metri di altezza. È un’ombrellifera che assomiglia ad un gigantesco finocchio chiamata anche finocchiaccio. Attenti però a non confonderla con il finocchio selvatico (foeniculum vulgare), o con il più comune finocchio coltivato: potreste fare la fine del mitico Prometeo e guadagnarvi, un mal di fegato a vita, se non addirittura la morte. La pianta scientificamente si chiama Ferula communis, ma forse è più nota col nome italiano di ferula di Giove o sferza di Giove così chiamata, per ricordare quella volta in cui, complice questa pianta, Prometeo provocò l’ira del padre di tutti gli Dei. Infatti, secondo il racconto di Esiodo Prometeo, un semidio figlio del titano Giapeto e della ninfa Climene avendo la doppia natura umana e divina, veniva spesso invitato sull’Olimpo alle feste degli dei. Lì si mangiava e si beveva e si facevano le ore piccole alla luce di tripodi in cui splendevano fuoco e fiamme, ma questo privilegio era riservato solo agli dei, poiché a quei tempi gli uomini non possedevano ancora il fuoco e le loro notti erano gelide, buie. Prometeo impietosito dalla condizione dell’umanità pensò di aiutarla donandole il fuoco. Purtroppo Giove non era assolutamente d’accordo; riteneva che gli uomini non fossero ancora pronti a dominare questo pericoloso elemento, quindi Prometeo dovette ricorrere ad un trucco per rubarlo. Si recò sull’Olimpo con un bastone di ferula ormai secco e, scavando nel midollo una piccola cavità, vi inserì un carboncino acceso. Uno dei metodi più diffusi nell’antichità per accendere il fuoco era quello di percuotere un pezzo di pirite con una selce e fare in modo che la scintilla cadesse sull’esca asciutta a cui si aggiungevano pagliuzze e legnetti. L’esca poteva essere costituita da un fungo secco o proprio dal midollo di ferula che ha la particolarità di bruciare lentamente e quasi senza fumo, mentre la parte esterna più dura e legnosa brucia con difficoltà. E così gli uomini ebbero il fuoco. Quando Giove si accorse della disubbidienza fece incatenare Prometeo sul Caucaso e vi aggiunse un’aquila aguzzina che di giorno gli rodeva il fegato mentre nella notte quest’ultimo ricresceva. Il supplizio durò fino a quando Giove permise ad Ercole di liberarlo e Prometeo fu assunto in cielo diventando una stella nella costellazione del Sagittario. Le leggende ed i miti sono sempre ispirate da qualcosa di vero ed in passato erano utilizzate per tramandare alle generazioni future, attraverso un racconto molto spesso arricchito di particolari estremamente interessanti, delle importanti verità. Va detto infatti che la Ferula communis, è una pianta velenosa, gli animali, ovini caprini o bovini, si tengono ben lontani dal finocchiaccio. Può tuttavia accadere che in mezzo al fieno raccolto dagli uomini capiti qualche pianta di ferula e i ruminanti la ingeriscano. In questi casi non c’è rimedio alla malattia che si chiama ferulosi, anche per l’uomo, se erroneamente ingerita la pianta può rivelarsi mortale. Spesso, sulle montagne della Calabria si possono vedere bastoni di ferula sospesi con delle cordicelle al centro delle baite, da essi pendono salcicce ventresche ed altro: il tutto per preservarlo dalle scorrerie dei topi. Anche i Romani lo sapevano e, poiché avevano il problema di salvaguardare dai topi, oltre che dall’umidità i loro manoscritti più preziosi (tra l’altro, loro li scrivevano con inchiostro di seppia su pergamena tratta da pelle di agnello o di capretto, e quindi molto appetita dai topi), svuotavano una sezione del gambo secco di ferula dal midollo, vi introducevano il documento da conservare e lo chiudevano con un tappo ricavato dallo stesso fusto. Grazie a questo stratagemma molti antichi manoscritti sono giunti fino a noi. Ma gli usi di questa pianta non finiscono qui: ad esempio, in tutto il centro-sud Italia, in particolare sulle Murge ed anche in Sicilia ed Sardegna si usano i fusti leggerissimi, eppure compatti, della ferula per farne piccoli sgabelli a forma di cubo, sulla Murgia barese sono chiamati “squanni” in altre regioni “furrizzuoli” ed avevano usi svariati ma il più comune era quello di fungere da sgabello ai pastori durante la mungitura delle pecore. Gli squanni da noi sono costruiti senza l’uso di chiodi o colla ma usando semplicemente dei rami di perastro (dal legno durissimo) per la costruzione dell’ossatura dello squanno stesso. Infine occorre ricordare che sulle radici della pianta di ferula cresce uno dei funghi più apprezzati in assoluto e ricercato, appunto il fungo di ferula (pleurotus eryngii var. ferulae). Il fungo di ferula è affine al cardoncello (pleurotus eryngii). Un’ultima curiosità: la ferula è anche il bastone che viene portato durante alcune celebrazioni liturgiche, è simile al bastone pastorale del vescovo, ma a differenza di quest’ultimo, la ferula ha all’estremità una sfera di metallo prezioso sormontata da una piccola croce. Occorre da ultimo sottolineare come nel corso degli ultimi anni questa pianta, un tempo comunissima sulle Murge, stia diventando sempre più rara, complice una dissennata politica di coltivazione a grano di vastissime zone un tempo adibite alla pastorizia.

 

 

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