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Regionalismo fiscale: Autonomie, come?

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Di Franco Bastiani

Se ne sta parlando da parecchio con giornali, tv, convegni, interviste.

Si sta dicendo tanto e di più, e poi tanto si sta scrivendo, così la confusione aumenta e il cittadino continua a capire poco, quasi niente; spesso si stravolgono anche quei concetti apparentemente chiari

È tipico del nostro Paese complicare ogni questione, rendendo complesso ciò che potrebbe sembrare semplice.

Ma procediamo con alcune considerazioni  di fondo sul c.d. regionalismo fiscale, proiezione delle autonomie che reclamano alcune Regioni.

Le autonomie sono previste dalla Costituzione quale riconoscimento al territorio e a chi lo abita della possibilità di gestirsi appunto autonomamente, soprattutto in presenza di peculiarità che richiedono particolari e adeguate attenzioni.

Le Regioni a Statuto Speciale (Sicilia, Sardegna, Val d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia) furono previste e attuate subito dal legislatore costituente per salvaguardare minoranze etniche, lingue, costumi, tradizioni ed economia di determinate aree che andavano “stralciate”  e considerate a parte nel panorama della nuova Italia, divenuta repubblicana dopo il referendum del 2 giugno del 1946.

Le Regioni a Statuto Ordinario entrarono in vigore il 1970.

Occorre dire che non pochi politici del tempo manifestarono perplessità per l’istituzione delle Regioni a partire dal 1970: avrebbero voluto una più lunga operatività dei poteri dello Stato centrale ovvero una maggiore preparazione all’avvento di Consigli e di Giunte regionali.

L’Italia ha un territorio lungo 1300 kilometri il che denuncia una variegata diversificazione culturale del popolo in molti ambiti.

Le autonomie hanno ben ragione d’essere, a condizione però che vengano protetti, quali valori fondamentali e comuni a tutti, i diritti collegati all’istruzione, alla sanità e alla libera circolazione, oltre (ovviamente) al lavoro, su cui si fonda la nostra Repubblica, che può e deve essere fonte di reddito e, pertanto, di materiale e dignitoso benessere.

Le nostre Regioni sono in grado di fornire esaurienti risposte al dettato costituzionale nel vasto e insidioso campo delle autonomie ?

C’è la volontà di migliorare l’assetto della distribuzione dei poteri dello Stato per una maggiore e migliore fruizione dei vantaggi che ne possono rivenire ai cittadini? O c’è l’ansia di una forma di sovranismo regionale fine a se stessa e dall’occulto tenore campanilistico?

Il nocciolo dell’ampio e spinoso dibattito è proprio qui!  E ciò falsa sostanzialmente quanto ci si propone di attuare con ulteriori  passi in avanti verso un’autonomia differenziata che torni veramente positiva e benefica per la collettività.

Adriano Giannola, economista, presidente Svimez, ha forti dubbi e come lui dubbi hanno anche parlamentari e consiglieri regionali del Sud.

In pratica, più che un programma organico volto a migliorare la macchina amministrativa, si sta consolidando il sospetto che alcune Regioni del Nord pensino a realizzare una sorta di distanza da quelle di un Mezzogiorno appesantito da bilanci squinternati – così li giudicano –  e da sistemi inefficienti di gestione dei propri ruoli.

Circa la spesa pubblica in capo ad ogni cittadino non sussiste quadratura di conti fra Nord e Sud” fanno notare al Consiglio regionale di Puglia.

La spesa pubblica per il Sud non va oltre il 28%, abbastanza al di sotto del previsto 34% con riguardo alla densità della popolazione.

Insomma, il Sud non è zavorra e certamente lo sviluppo del Paese non può compiersi senza il suo contributo.

Il Nord ha bisogno del Sud e viceversa: avvertimento incontrovertibile ripetuto dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte all’inaugurazione della Fiera del Levante.

La verità – come sostiene  Paola Caporossi nel suo libro-inchiesta dal titolo provocatorio “W le Regioni ?” – è che siamo in presenza di un impianto a base regionale logoro, non competitivo, reso farraginoso dalla burocrazia e da una classe politica che, nel volgere degli anni, si è sciaguratamente distratta (onesta ammissione di molti amministratori pubblici), dai reali e più urgenti problemi del Paese.

Paola Caporossi si è interrogata sulle potenzialità delle Regioni chiedendosi se si possano ritenere esaustive e sollecitando i cittadini a verificarlo controllando quanto esse siano rispettose di quella  trasparenza prescritta dalla legge.

In sostanza, Caporossi, che presiede l’Agenzia rating pubblico, propone una indagine sulle Regioni e sulla loro idoneità a riceve ancora autonomie secondo schemi  da loro stesse preordinati, talvolta ai margini, quando non al di là, del dettato costituzionale.

Non si tratta, pertanto, di discutere di autonomie stricto sensu ma di accertare se queste  possano essere affidate agli attuali istituti regionali, cioè ad enti probabilmente non ancora pronti ad assorbire e detenere ulteriori poteri decentrati dallo Stato.

 

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