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De Benedittis: una rivoluzione o una fetecchia?

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Vi voglio rivelare un segreto. Tutti i Sindaci – presenti, passati e futuri – hanno profuso il loro impegno per far sì che le strade fossero asfaltate, che le piante fossero potate, che le piazze fossero abbellite e che a chi avesse bisogno fossero dati i mezzi necessari per vivere. Alcune cose sono state realizzate interamente, altre solo in parte o a pezzi, altre ancora no: in tutto questo hanno pesato le capacità del Sindaco e della Giunta, la stabilità politica, le circostanze al contorno, le regole di bilancio, la disponibilità di risorse… e tanto altro ancora.

Quel che certo è che non può essere inteso come rivoluzionario il dire di voler fare quello che gli altri – più o meno bene – hanno sempre fatto cercato di fare.
La rivoluzione allora potrebbe essere nel metodo e nello stile di governo, presupponendo ad esempio un’ampia partecipazione popolare nelle decisioni ovvero l’utilizzo di differenti criteri nella assegnazione degli incarichi. Anche qui però va rilevato che tutti i Sindaci – presenti, passati e futuri – hanno sempre cercato in forme diverse il coinvolgimento della popolazione o almeno la condivisione con le altre forze politiche sul piano formale (e talvolta anche sostanziale), riuscendovi in parte o limitandosi ad attività informative. Nel caso dell’Amministrazione De Benedittis si sta seguendo lo stesso canovaccio o forse si sta facendo addirittura peggio del passato: si parla cioè di partecipazione ma si ignora lo Statuto Comunale, si coinvolgono alcune associazioni ma si saltano i passaggi istituzionali o il rispetto di norme fondamentali della trasparenza dell’azione amministrativa (“Perché hai invitato solo Tizio e non anche Caio?”), si affidano incarichi con il solito sistema di pesi, contrappesi e bilancini…
Nessuna rivoluzione nel metodo quindi, ma semmai la solita minestra – peggiorata nel sapore – ma riproposta con garbo e parole forbite.
Dove sarebbe dunque questa presunta rivoluzione (gentile)?
Una rivoluzione parte dalla necessità di un mutamento profondo del sistema di riferimento, direi del sistema valoriale della comunità e, pertanto, non può che essere divisiva se vuol realmente incidere. Una rivoluzione parte dall’evidenza di uno squilibrio che si vuol correggere e presuppone un’analisi dei problemi correlata con le effettive risorse e capacità.
Appendere ad ogni finestra del Comune una bandiera per sostenere la lotta alla fame nel mondo, la richiesta di liberazione per chi è ingiustamente detenuto, la necessità di giustizia per chi è stato barbaramente ucciso… non è una rivoluzione in quanto non muta alcun equilibrio localmente (e quindi non è pertinente con quelli che dovrebbero essere gli obiettivi concreti di una Amministrazione Comunale) e, in secondo luogo, è anche di scarsa efficacia rispetto alla “buona causa” che si vuol sostenere. Intendo dire che l’Amministrazione può ben scrivere una lettera di auguri a Manu Chao per il suo compleanno al fine di supportare la sua lotta contro la esclusione dei popoli e delle persone più povere, ma non si può contrabbandare l’invio della lettera con la rivoluzione promessa né tanto meno pensare di aver dato un contribuito – sia pur minimo – alla causa della giustizia sociale.
Se per rivoluzione intendiamo la necessità di arginare l’evidente e progressivo declino della nostra comunità che, come tutte le realtà dell’Italia meridionale, soffre di un processo di marginalizzazione e di esclusione nel contesto italiano, europeo e internazionale, allora non sarà qualche strada asfaltata, qualche piazza lastricata, qualche albero potato che cambierà gli equilibri. Si dovrebbe semmai spiegare cosa è necessario fare per invertire la tendenza, per far sì cioè che il nostro territorio diventi attrattivo per le persone e le attività economiche, cessando di essere un serbatoio che viene periodicamente svuotato di parte delle sue risorse più giovani e valide.
Si tratta di entrare molto in profondità, andando contro il “senso comune”, facendo comprendere come il benessere di una generazione sia pagato da quella successiva ovvero come il comportamento dei padri abbia impoverito il territorio rendendo necessaria l’emigrazione dei figli. La rivoluzione che alcuni ritengono necessaria confligge con gli usi e i costumi locali e, soprattutto, con la visione che il coratino ha del lavoro, della ricchezza, dei rapporti sociali… (una visione trasversale ai ceti e alle parti politiche). Chi ha il coraggio di andare contro questo Golem e quanti sarebbero i suoi sostenitori?
Allora, e lo dico a chi ha imbracciato il mitra e si è messo la bandana del rivoluzionario ma non sa neanche dove indirizzare il tiro dell’arma che imbraccia, non chiamiamola “rivoluzione gentile” ma semmai “fetecchia gentile”: fa rumore, non è detto che puzzi (è gentile!) e magari può portare anche un po’ di ilarità.

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