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La presenza del riccio sul Parco dell’Alta Murgia

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Il Riccio comune (Erinaceus europaeus)

Forse vi è accaduto, mentre guidavate la Vostra auto tra le strade di campagna in estate, al tramonto, o di sera, di veder attraversare la strada ad una piccola creatura un po’ goffa e neanche tanto veloce.

Spero siate sempre riusciti ad evitare di investirla, anche se purtroppo questa è la fine che fanno molti dei ricci comuni che popolano le nostre campagne.

Il riccio comune, o di terra, come viene comunemente chiamato, per distinguerlo da quello di mare, è un piccolo mammifero che non supera i 30 cm di lunghezza, ed un peso che non va oltre i 2 Kg.

I principali sensi del riccio sono l’olfatto e l’udito. Il riccio ha infatti una testa allungata che termina con un grosso naso nero molto mobile, e malgrado le orecchie siano molto piccole e seminascoste dalla peluria, sono in grado di percepire frequenze ultrasoniche non udibili dall’orecchio umano.

La sua capacità uditiva gli permette, così, di individuare insetti e vermi, di cui si nutre, nella completa oscurità. Inoltre ha un tatto molto ben sviluppato ma, purtroppo, il senso meno sviluppato è proprio la vista, ed è questa la ragione per cui spesso li troviamo schiacciati dalle auto a margine delle strade di campagna.

Il riccio ha un corpo tozzo, che ricorda la forma di una pera. Ha, infatti, un muso appuntito ed il didietro grande ed arrotondato.

Le zampe sono corte e tozze ed i piedi presentano tutti cinque dita con unghie appuntite.

Le impronte sono inconfondibili, anche se molto dissimili tra quelle degli arti anteriori, simili a delle manine, e quelle degli arti posteriori, che invece risultano allungate come dei piedi umani.

Il pelo è ispido e di un colore che va dal grigio al marrone chiaro, la fronte, i fianchi ed il dorso, sono coperti da aculei lunghi circa due cm, di colore nero striati di bianco.

Quando il riccio è tranquillo, gli aculei sono ripiegati sul corpo a formare una solida corazza, ma se provate a prenderlo ed a sollevarlo da terra il riccio si richiude a palla e gli aculei si sollevano pungendo inesorabilmente il “disturbatore”.

Questa tattica di difesa è possibile grazie ad una fascia muscolare sulla schiena che, contraendosi, stringe in un sacco cutaneo tutto il corpo arti compresi.

Questa è stata un’esperienza personale, fatta tanti anni fa, quando ancora ragazzino inesperto, trovando un riccio in campagna provai a prenderlo ed a sollevarlo, con le ovvie e dolorose conseguenze.

Ciò accade perchè gli aculei sono appuntiti e cavi, e ciascuno di essi è munito di un muscolo che ne permette l’erezione quando l’animale si spaventa o percepisce un pericolo, in questi casi il riccio si raggomitola completamente su se stesso diventando invulnerabile.

Inoltre proprio gli aculei che lo proteggono dai predatori come volpi e lupi fungono da “ammortizzatori” in caso di cadute o urti quando si appallottola.

Ciascun aculeo, infatti, nei pressi del follicolo pilifero presenta un restringimento che lo rende flessibile, in modo tale da assorbire urti anche importanti.

Il maschio della specie è leggermente più piccolo della femmina, ma non è la colorazione a distinguere i sessi.

Infatti i ricci non sono sempre dello stesso colore durante il corso dell’anno. Gli aculei di entrambi i sessi variano di colore in base alle stagioni: in inverno, sono di un marrone più scuro rispetto alle stagioni calde, in cui presentano un colore più chiaro tendente al grigio, mentre, orecchie, zampe e naso sono sempre di colore nero.

ll riccio è un animale prevalentemente notturno, in particolare durante il periodo estivo, mentre in primavera, quando esce dal letargo, essendo molto affamato, inizia a cacciare al crepuscolo ed è proprio in questo periodo che è più facile incontrarlo.

A prima vista il riccio può apparire un animale lento e goffo, invece è in grado di correre velocemente ed è anche un ottimo nuotatore.

In estate, durante il giorno, rimane nascosto nella sua tana, a dormire. La tana è costituita da una cavità posta nel sottobosco, fra i tronchi e le foglie.

Durante la notte esce alla ricerca di cibo, percorrendo, quasi sempre gli stessi tragitti, di notte si sente abbastanza sicuro e non teme di attraversare spazi aperti essendo protetto dagli aculei, ma è proprio questa la ragione che lo porta ad attraversare le strade e ad essere, a volte, investito dalle auto in transito.

Il riccio è un animale onnivoro, si nutre di radici, di frutta caduta dagli alberi, e soprattutto di invertebrati, tuttavia non disdegna piccoli mammiferi, uova e nidiacei di alaudidi, piccole rane e serpenti. Mangia anche arvicole e topi di campagna.

Durante la notte, un singolo esemplare può arrivare a percorrere anche tre chilometri, muovendosi in un’area di un chilometro quadrato.

Il suo territorio di caccia si può estendere sino a dieci ettari, cambiando spesso tana.

Il riccio può partorire dai tre ai sette piccoli, la gestazione dura circa 40 giorni. Il parto, di solito, avviene tra maggio e giugno.

I piccoli nascono già con gli aculei, questi però sono ricoperti da una membrana che protegge la madre durante il parto. Dopo due giorni i primi aculei vengono sostituiti da un nuovo mantello che sarà a sua volta sostituito da un terzo ed ultimo mantello di aculei.

Dopo circa due mesi, i piccoli sono completamente uguali agli adulti.

In inverno i ricci vanno in letargo, durante tale fase la temperatura corporea scende ed il battito cardiaco viene rallentato.

E’ un periodo molto delicato per l’animale che se dovesse essere “svegliato” molto difficilmente riuscirebbe a sopravvivere perché incapace di tornare in letargo  e di  nutrirsi per mancanza di prede.

Durante il letargo non si nutre, ovviamente, ma sfrutta il grasso accumulato in estate. In inverni molto lunghi e freddi il grasso accumulato potrebbe esaurirsi portando l’animale a risvegliarsi prima del tempo con le ovvie conseguenze.

I ricci vivono mediamente cinque anni, ma in condizioni particolarmente favorevoli possono arrivare anche a dieci anni.

In dialetto ruvese il riccio è chiamato “pùrKspein” che tradotto in italiano sarebbe porcospino, ciò è dovuto al fatto che in passato la carne del riccio era considerata una prelibatezza, perché bianca e gustosa come quella del maiale.

Per tale ragione veniva catturato e mangiato, di solito lo si arrostiva dopo averlo privato delle interiora ma senza togliere il mantello di spine.

Infatti lo si poneva con la parte dorsale sulla griglia e condendone la carne. Altro uso del pelo del dorso era quello di “guanto” per cardare la lana, o anche per ricoprire la parte terminale dei frustini per spronare i cavalli.

In passato si riteneva anche che le ceneri degli aculei misti a della resina vegetale era un ottimo unguento contro la calvizie.

Un tempo molto comune nei boschi e nelle campagne pugliesi, oggi il riccio è diventato una rarità ed è considerato una specie protetta dalla legge italiana, pertanto non si può né cacciare, né detenere in cattività.

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